CVD: la consulenza filosofica, una professione che (ancora) non esiste 6


Nel mio precedente articolo segnalavo un’informazione sbagliata sulla pagina di un’associazione di pratiche filosofiche. C’è chi l’ha interpretato come “un attacco”, in quanto contenente nomi e cognomi degli autori. Ma quell’informazione era realmente sbagliata, infatti in un secondo post gli autori si sono corretti, passando da “la consulenza filosofica è una professione di aiuto” a “noi interpretiamo la consulenza filosofica come una professione di aiuto”, ovvero dall’affermazione di una verità di fatto alla personale interpretazione di un fatto. E mettere nomi e cognomi era necessario, così come lo è citare in modo chiaro i riferimenti in un testo scientifico. Per il resto, nel mio articolo non facevo una sola considerazione né sulle idee delle persone citate (considerazioni che farò in futuro, perché discutere le idee è legittimo), né tantomeno sulle loro qualità professionali o personali (cosa che non potrei fare neanche volendolo, visto che non le conosco). Sono contento che l’informazione sia stata corretta (anche se la pagina che segnalavo è rimasta intonsa, per cui l’ambiguità permane) e che si possa passare a parlare delle “interpretazioni”.

Come ho già scritto, mi occupo della materia da vent’anni e da diciotto ho una partita IVA come filosofo professionista, attività che ho esercitato anche con contratti pubblici e per conto delle istituzioni: mai mi sono presentato come professionista dell’aiuto – anzi, ho sempre rivendicato la mia distanza da quelle pratiche – e mai ho pensato al mio lavoro come aiuto. Questo per due ragioni concomitanti: la prima è che la mia intenzione era portare in Italia la Philosophische Praxis di Achenbach, la quale – come ho scritto nell’altro post – è nata esplicitamente per essere solamente esercizio del filosofare senza alcun riferimento ad altre pratiche (quali la terapia, l’aiuto, la cura, la formazione, il problem solving); la seconda è che a me fare il professionista dell’aiuto non interessava, volevo fare il filosofo, per cui fin dall’inizio ho sostenuto apertamente che avrei continuato solo se fossi riuscito a fondare epistemologicamente la pratica professionale come esclusivo esercizio della ricerca filosofica. Dopo vent’anni posso dire di esserci riuscito, anche se chi si oppone alla cosa pare perlopiù non conoscere questa fondazione o, in alcuni casi, non capirla.

Nel pittoresco dibattito apertosi sulle reti sociali dopo il mio articolo sono state presentate divententi argomentazioni critiche, una delle quali suonava così: se un filosofo viene pagato dalle istituzioni non può esserlo perché fa “teoresi pura”, perché questo non acccade neppure nelle università (i professori sono infatti pagati per insegnare), ma solo perché “aiuta”. Si tratta, tra tutte, della critica più tristemente esilarante, per molte ragioni: in primo luogo, perché essa presuppone che ci sia qualcosa come la “teoresi pura”, che di fatto non esiste, dato che la teoresi è sempre “su qualcosa”, è un esercizio di pensiero riflessivo a partire da un problema; in secondo luogo perché, conseguentemente, ritiene improduttivo l’esercizio del pensiero riflessivo, ovvero considera inutile e immeritevole di essere retribuita la filosofia; infine, perché ignora uno dei tre obiettivi a fondamento della pratica achenbachiana: far sì che, finalmente, il filosofo sia pagato per fare solo ed esclusivamente il filosofo, ovvero affermare professionalmente proprio la teoresi. Insomma, chi sollevi una tale obiezione mostra di non aver capito cosa siano né la filosofia, né la Philosophische Praxis.

Sinteticamente si potrebbe riassumere l’essenza della Philosophische Praxis/Consulenza Filosofica elencando i tre obiettivi posti da Achenbach alla sua fondazione:

  1. superare i limiti in cui è caduta la “filosofia accademica” – da rintracciare non già nell’eccessiva astrazione, quanto nella riduzione a storiografia filosofica a discapito della ricerca e della produzione di nuove teorie;
  2. inaugurare (o in certo modo reintrodurre) un modo diverso di guardare alle difficoltà dell’esistenza, abbandonando gli approcci terapeutici, di aiuto, di cura, di formazione, di strategica soluzione dei problemi;
  3. valorizzare socialmente la filosofia, facendo sì che il filosofo sia retribuito in quanto filosofo, cosa fino ad allora mai avvenuta (i filosofi si sono sempre guadagnati il pane al massimo insegnando, facendo i precettori e, in tempi più recenti, dedicandosi a professioni di cura e di aiuto).

La Philosophische Praxis/Consulenza Filosofica è impensabile senza anche solo uno di questi suoi elementi. Chi voglia per esempio usare in modo sistematico o fondazionale il pensiero di questo o quel filosofo, oppure reintrodurre pratiche estranee alla ricerca teoretica come la cura, l’aiuto o la pedagogia, o infine escludere che il filosofo consulente sia pagato solo ed esclusivamente per la sua attività teoretica, semplicemente sta progettando un’altra pratica, per la quale sarebbe quindi meglio utilizzare un nome diverso. Com’è infatti avvenuto per vent’anni, visto che l’attività professionale che – diversamente dalla Philosophische Praxis/Consulenza filosofica – faceva dell’aiuto e della cura dell’altro il suo centro si è giustamente distinta denominadosi “counseling filosofico”.

Nei prossimi post spiegherò meglio che tipo di pratica sia la Philosophische Praxis/Consulenza Filosofica, rispondendo anche ad alcune altre divertenti obiezioni che le sono state mosse. Qui voglio solo anticipare una risposta all’obiezione che citavo prima: essa, come la filosofia, non è una professione d’aiuto perché, al contrario, è un’attività produttiva. Al termine degli incontri con il filosofo l’ospite se ne va infatti con un costrutto teorico, le caratteristiche generali del quale sono la misura della qualità del lavoro svolto e giustificano, assieme al tempo impiegato a produrlo, il pagamento del filosofo.

Concludo questo intervento con una considerazione sulle possibili molteplici interpretazioni dell’espressione “consulenza filosofica”. Il significato della quale, è vero, non può essere deciso individualmente da nessuno di coloro che ne fanno uso. Certo, non trattandosi di un’espressione la cui origine si perde nella notte dei tempi, personalmente ritengo di avere una “priorità morale” sul suo significato, essendo stato io – assieme a una quindicina di persone tra le quali, se non erro, solo una ancora si occupa della materia – a coniarla e ad assegnarle un significato d’uso: la traduzione non letterale di Philosophische Praxis. Tuttavia, se altri non riconoscono questa “priorità morale” e pretendono di utilizzare l’espressione per indicare pratiche diverse – d’aiuto, di cura, di terapia, d’insegnamento, ludiche, sportive o quant’altro – io non posso impedirlo. Ma neppure gli altri possono impedire non solo a me, ma a chicchessia di usare l’espressione ad libitum. In tal modo, però, nessuno può dire “la consulenza filosofica è…”, ma solo “io interpreto la consulenza filosofica così e così”. A rigore, nessuno può neppure dare giudizi sul modo in cui altri praticano l’attività, perché qualsiasi interpretazione è lecita e ogni giudizio immotivato; per esempio, diventa lecito per chiunque anche interpretarla come attività non professionale e meramente edificante, cosicché diventa offensivo affermare che sì facendo la si svolga “a tarallucci e vino” .

Certo, come dico da un anno su queste pagine (il mio blog è nato per questo), tuttociò non giova a nessuno, perché il messaggio che collettivamente viene mandato al pubblico è confuso, contraddittorio e respingente: se la consulenza filosofica è per qualcuno professione d’aiuto, per altri professione produttiva, per altri ancora cura di sé; se per alcuni richiede competenze relazionali che per altri è invece importante ignorare; se per taluni ha per oggetto “l’altro” e per talaltri un contenuto linguistico; se per certuni è centrale la relazione empatica mentre per altri invece questa è d’ostacolo essendo suffciente quel “rapporto di socievolezza” presente in qualsiasi interazione cooperativa (non a caso Achenbach utilizza “Umgang“, che si usa nei rapporti di lavoro, e non “Verhältnis“, che si usa nelle relazioni affettive); se per parte di chi la pratica risolve i problemi e per altri li moltiplica; se qualcuno sostiene sia strategica mentre altri affermano che sia l’abbandono del paradigma tecnico-strategico; se tutto questo e altro ancora, allora al pubblico la consulenza filosofica non potrà che apparire (direi anche comprensibilmente) qualcosa di assurdo e contraddittorio, che solo i filosofi – questi esseri strani e inconcludenti – potevano mettere in piedi. Così il pubblico sceglierà di andare altrove e la pratica, almeno dal punto di vista professionale, non esisterà. Come affermo da tempo.

Il pluralismo è bello, ma solo se non si siede tutti alla stessa mensa; in questo caso, infatti, si finirà per litigare e far scappare il cuoco, come accade da anni e come in piccolo è accaduto nei giorni scorsi sulle reti sociali. A me dispiace, ma disturba fino a un certo punto: fare soldi non mi è mai interessato, il mio fine è un ideale (lavorare affinché fare teoresi diventi un’attività retribuita) che sapevo avrei solo potuto contribuire a realizzare su tempi lunghi, dopo di me, per cui continuerò sulla mia strada come prima. Resta il fatto che, probabilmente, sarebbe meglio trovare degli accordi linguistici che corrispondano ai diversi processi delle diverse pratiche. Del resto, proprio questo è il mestiere del filosofo: lavorare sul linguaggio per far sì che le mappe cognitive corrispondano alla realtà. A meno che questi non cambi mestiere e passi a fare l’insegnante, il terapeuta, l’aiutante, il cacciatore di denaro.


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6 commenti su “CVD: la consulenza filosofica, una professione che (ancora) non esiste

  • Francesco Paolo Mancini

    I dibattiti che si svolgono su questo blog sono seguiti più di quanto sembri: ma, ogni volta, impedisce di prendervi parte – e ‘dar segno di vita’ – una domanda cruciale, ovvero se sia veramente possibile violare l’antico tabù della gratuità della filosofia. E’ chiaro credo, almeno a chi segue queste discussioni, che non c’è ‘prodotto’ umano di maggior valore della pratica della filosofia: eppure risulta davvero difficile collegare questo ‘prodotto’ con un ‘prezzo’, come si potrebbe fare, rimanendo nel campo della produzione intellettuale, con un’opera di ingegno tutelata da un brevetto, o da un diritto d’autore. Ciò accade, io credo, perché o non si sa nulla della filosofia, oppure, se lo si sa, se ne ha una concezione – appresa sui banchi di scuola – di ‘sapere disinteressato’. Si collega l’immagine del filosofo con quella di una casa ateniese arredata con pochi mobili e qualche stoviglia, con un vivere essenziale, con una ricchezza fatta piuttosto di reputazione che di beni. Oppure, in tempi recenti, con una condizione di agiatezza patrimoniale ereditata. E’ arduo riscontrare nella storia della filosofia una corresponsione di denaro in cambio di filosofia propriamente detta.
    Io non credo in una Consulenza filosofica come ‘professione di aiuto’: penso anzi che l’una cosa sia l’opposto dell’altra. Io credo però in una Pratica filosofica come ‘attività di utilità sociale’. Io immagino che la concezione (distorsione?) della Consulenza come professione di aiuto sia stata motivata proprio dal cercare una ‘quantificabilità’ del ‘prodotto filosofico’ al fine di trarne profitto in una economia che retribuisce solo utilità, come la soluzione di problemi – che il counseling promette: perché chi lo ha fatto si è messo dalla parte del mercato, cercando di rispondere alle sue logiche, al punto di piegare ad esse la sua attività. Ma questo procedere non riesce ad avere a che fare con la filosofia, nella concezione comune che se ne ha. Per questo la Consulenza filosofica diventata Counseling filosofico non ‘sfonda’, non solo per la rivalità col mondo del Counsenilg vero e proprio. E poi il counseling, o la psicoterapia, hanno una storia recente che le rende socialmente comprese e accettate da ogni strato sociale; e che, fin dall’inizio, fin dalle sedute strapagate di Freud, è legata alla corresponsione di denaro. Invece la filosofia ha un’immagine elitaria e disinteressata; ha una reputazione, come utilità, limitata a quel quarto della popolazione che ne ha appreso i rudimenti sui banchi di scuola – che è forse l’unica capace di generare una ‘domanda’ di Consulenza ma che nello stesso tempo non ‘collega’ istintivamente filosofia e denaro. L’operazione da compiere sull’immaginario collettivo quindi non era da poco: rendere la filosofia ‘popolare’, e pur mantenendone l’aura, collegarla all’idea di una forma di retribuzione. Dal punto di vista commerciale, di marketing, si trattava di un’impresa titanica. Non deve stupire che qualcuno abbia cercato scorciatoie. Ma, scorciatoie o no, l’impresa deve ancora essere compiuta, per così dire.
    Ma allora? Che fare della Consulenza filosofica? Che farne, se non esiste senza che ‘il filosofo sia retribuito in quanto filosofo’ – e non in quanto councelor, ovviamente?
    Io credo che una risposta sia difficile da trovare, ma una alternativa possa essere trovata risalendo alla concezione di Pratica filosofica, e valutandone la funzione, che io credo abbia, di ‘utilità sociale’. Come modalità operative, credo che siano da esplorare utilmente quelle di riflessione collettiva. Credo infatti che la lezione che si può trarre dalla tradizione del dia-logo, diverso dal duo-logo, sia la validità del pensiero condiviso, del pensiero collettivo. Una riflessione che non porterà ad aggiungere nulla alla filosofia? Non ne sono sicuro. E quanto alle modalità retributive, credo che a valle di una affermazione forte, pubblica, della funzione di utilità sociale della filosofia, essa debba derivare da una istituzionalizzazione della pratica filosofica: un percorso lungo, ma omogeneo alla funzione e alla reputazione della filosofia nella tradizione culturale alla quale apparteniamo. Si tratta di un’ipotesi sulla cui fattibilità mi interrogo.
    Francesco Paolo Mancini

    • Neri Pollastri L'autore dell'articolo

      Il tema è in realtà dibattuto fin dalle origini della materia e anch’io ho avuto modo di rispondere all’obiezione (non ricordo se ne Il pensiero e la vita o in Consulente filosofico cercasi). Credo che scaturisca da un fraintendimento riguardo al senso della “gratuità” della filosofia, che non riguarda l’aspetto economico, bensì la sua strumentalizzazione per fini che non siano la ricerca della conoscenza. Ma cercherò di tornare sull’argomento in un prossimo intervento, grazie per la sollecitazione.

  • Giorgio Giacometti

    Il partito socialista dei massimalisti dei primi del Novecento era molto diverso da quello, per esempio, di Craxi. Il primo era marxista, teorizzava la necessità della lotta di classe, della rivoluzione e della socializzazione dei mezzi di produzione. Si sarebbe potuto suggerire a Craxi, per evitare equivoci di chiamarsi “social-democratico”, ma la denominazione era già “occupata” (e comunque sarebbe stata foriera di ulteriori equivoci, data la complessa storia della socialdemocrazia tedesca che ha contenuto per decenni posizioni massimaliste, riformiste e revisioniste nel suo stesso seno). Il fatto è che Craxi avrebbe rifiutato, probabilmente, qualsiasi “ridenominazione” per una ragione molto semplice: egli pensava che il “vero socialismo”, scaturito dalle contraddizioni delle ipotesi precedenti, dall’esperienza storica del fallimento del “socialismo reale” ecc. ecc., fosse il suo. Chiamarsi nello stesso modo di coloro di cui si contestano le pretese “definitorie” (ed eventualmente anche la “priorità morale”) fa parte della “lotta” tra prospettive. P.e. il movimento “Anche noi siamo chiesa” rivendica di essere se possibile non solo più cristiano, ma anche più “cattolico” della gerarchia ecclesiastica, magari quella di cultura ratzingeriana, con cui comunemente “il pubblico” identifica la Chiesa. Non si può dire a costoro chiamatevi “cattolici-progressisti”, per favore, altrimenti noi ci confondiamo! E che differenza enorme c’è tra Platone e Plotino che, pure, si considerava un fedelissimo del primo. Non si decide come denominarsi né a colpi di carte bollate (in tribunale), neppure tramite accordi al vertice… tra chi? Ciò che decide è la storia (della fortuna), il successo o l’efficacia di una denominazione e della corrispondente pratica. Bene, dunque, la messa in chiaro dei più marchiani errori storiografici (come quelli di chi ricostruisse una fantasiosa storia della consulenza filosofica in Italia, attribuendole un significato diverso da quello che i suoi cultori le assegnavano nelle diverse fasi), ma, salvo procedere alla registrazione di un marchio (cosa molto difficile nel nostro campo, parlo per esperienza personale), difficile chiedere di più.
    P.S. A proposito di storia, è storicamente indiscutibile che Phronesis – l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, definisca all’art. 4 del suo Statuto la pratica che costituisce l’oggetto associativo come “attività che si propone di fornire a chi lo richieda (individui, gruppi, organizzazioni), sulla base di un approccio filosofico, supporto, AIUTO e orientamento nell’ambito dei processi intellettuali, esistenziali, decisionali o relazionali”. Dunque per anni abbiamo operato con approccio filosofico per fornire aiuto…. e non ce ne siamo accorti! 🙂

    • Neri Pollastri L'autore dell'articolo

      Grazie Giorgio, il riferimento alla storia del PSI mi toglie la complicazione di fare distinguo argomentati e mi permette di cavarmela con una battuta: grazie alla sua evoluzione, infatti, il PSI si è estinto e il suo “evolutore” morto in esilio… Molto meglio se rimaneva fedele alle sue origini…
      Resta il fatto che di PSI ce n’era uno solo e non sei o sette – uno fedele alle origini, uno tecnocratico, uno antidemocratico, uno filofascista, ecc. ecc. Qui di Consulenze filosofiche ce n’è una per ogni preteso professionista (e anche per ogni dilettante) che la fa, anzi, dice di farla. Quindi quel che ho scritto in conclusione resta valido e renderà pressoché impossibile il successo di chiunque.
      Ma, come ho scritto, a me il successo interessa poco: proseguo sulla via massimalista dei primi del Novecento perché è l’unica che mi interessa.
      Quanto a Phronesis, ci saranno pure delle ragioni se l’ho abbandonata, no?

      • Giorgio Giacometti

        Il fatto che lo Statuto di Phronesis suggerisse che la consulenza filosofica fosse una professione d’aiuto rivela in questo contesto non perché tra noi si discuta se tale indicazione sia o meno condivisibile (o tale da giustificare la personale presa di distanze da questa associazione), ma come dato storico relativo ai modi in cui la consulenza veniva intesa in Italia dai suoi cultori (in apparente contraddizione con la tua ricostruzione, per quanto il tuo ruolo “fondazionale” non sia equiparabile a quello di altri, cosa che, come sai, ti ho sempre riconosciuto). Per quanto riguarda il “socialismo dalle origini a Craxi” si trattava solo di esempio. Ti ho citato anche la Chiesa cattolica o la socialdemocrazia tedesca. Si potrebbero evocare infiniti esempi di “scuole di pensiero” che lottano le une contro le altre, rivendicando ciascuna la stessa denominazione dell’altra (la lotta concerne anche chi sia il legittimo cultore di una certa dottrina, il “vero” cattolico, socialista ecc.). Di solito sono gli “altri”, gli esterni al determinato movimento che, alla fine, affibbiano denominazioni utili a discriminare (p.e. “lefebriani”, “riformisti” ecc.). Comunque, tutto questo non ti nega certo il diritto di lottare per la tua prospettiva “denominativa”, anzi, se possibile, dimostra l’importanza culturale della tua battaglia, Staremo a vedere come le cose evolvono…

        • Neri Pollastri L'autore dell'articolo

          Intanto lo statuto di Phronesis non suggerisce che la consulenza filosofica fosse una professione d’aiuto, perché non tutte le professioni che offrono un aiuto sono professioni d’aiuto: il soccorso stradale offre senz’altro un aiuto senza essere una professione d’aiuto, il fabbro ch chiami quando hai lasciato le chiavi in casa chiudendoti fuori offre un aiuto ma non è un professionista dell’aiuto. L’elenco è potenzialmente infinito.
          D’altronde, se suggerisse che la consulenza filosofica sia una professione d’aiuto, sorgerebbe un grosso, grosso problema: a parte alcuni soci con dei precedenti in altre attività, la maggioranza dei professionisti di Phronesis manca affatto di esperienze e persino di competenze nel campo delle professioni d’aiuto, che l’associazione si è sempre ben guardata di offrire nella formazione. Ha fatto allora una cattiva formazione? Deve rimediare, richiamando i soci a un supplemento di formazione fatta da esterni “esperti nell’aiuto”?
          Che comunque lo statuto di Phronesis scriva che il consulente filosofico offre un aiuto testimonia soprattutto che, anche fatalmente, c’erano e ci sono tuttora molte ambiguità dentro Phronesis, ambiguità che non si è mai voluto sciogliere: visto che Achenbach e tutti i tedeschi affermano che la Philosophische Praxis non è una professione d’aiuto, perché Phronesis ha sempre considerato Achenbach il principale teorico? E ancora, visto che io sempre sostenuto di non svolgere una professione d’aiuto, perché sono stato reiteratamente fatto presidente invece di essere espulso?
          Tutte domande che riguardano Phronesis, non me, visto che – stufo di stare a fare per anni sempre i soliti discorsi – ne sono uscito e mi occupo di una professione che con l’aiuto a quasi nulla a che spartire.