La leggenda degli “albi” e degli “elenchi” professionali


Fin da quando, nell’ormai lontano 2000, detti vita alla prima associazione dedicata alla “filosofia come professione”, una delle prime cose che chiedevano molti di coloro che si avvicinavano a questo settore era: “esiste un Albo professionale? Avete intenzione di crearlo?”. Non so quante volte mi sia capitato di rispondere che no, non esisteva alcun Albo, che era meglio che non ci fosse e che le condizioni perché si creasse almeno un “elenco di professionisti” erano la precisa e condivisa definizione della professione e la sua attestazione come fenomeno sociale, due cose allora ancora di là da venire.

Tali condizioni parrebbero ovvie: come può infatti esser possibile richiedere un riconoscimento istituzionale qual è un albo professionale senza aver prima chiarito in cosa consista la professione e aver fatto sì che essa ci sia, ovvero che esista un cospicuo numero di affermati professionisti che ne reclamano il riconoscimento? Purtroppo però viviamo in una cultura distorta, nella quale – a causa della prevalenza che l’immagine, il nepotismo, le alleanze strategiche hanno sulla qualità e sul merito – i normali processi vengono spesso rovesciati; per cui, anche la normale crescita della “filosofia come professione” mi veniva contestata con l’argomento secondo il quale senza un Albo i filosofi consulenti non avrebbero mai potuto competere con gli psicoanalisti e le psicoterapie, che lo avevano già. Secondo tale argomento le persone si sarebbero avvicinate alla consulenza filosofica solo se “rassicurate” da un “bollino di garanzia”, in assenza del quale avrebbero preferito altre professioni di esso dotate. E a chi obiettava nulla importava il fatto che psicoanalisti e psicoterapeuti quel “bollino” se lo fossero conquistato, appunto, definendo bene le loro pratiche e attestandole socialmente come professioni…

A distanza di tanti anni devo purtroppo osservare la permanenza di un tale argomento, del quale il mancato successo della professione sarebbe la prova: se avessimo un albo, dicono in molti, la consulenza filosofica si affermerebbe. Con ciò trascurando non solo che – come ho avuto modo di dire a più riprese su queste pagine – continua a mancare una definizione chiara e condivisa di cosa sia questa attività e della sua utilità per coloro che vi facciano ricorso, ma anche e soprattutto che, nel frattempo, gli Albi professionali sono stati depotenziati dalla riforma del 2013 sulle “professioni non regolamentate”. Il mondo cambia, ma proprio coloro che dovrebbero chiarificare l’altrui pensiero neppure se ne accorgono.

La riforma del 2013 ha per così dire “portato in Europa” il mondo professionale italiano: il sistema delle professioni ordinistiche e dei loro albi, infatti, era (e in parte è tuttora) un’anomalia quasi solo italiana, dato che all’estero non esistono sistemi “chiusi”, iperprotettivi e di ostacolo alla libera competizione sul mercato quali sono gli Ordini e gli Albi (si legga cosa dicono di tale “sistema” Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel noto libro-inchiesta La casta). Per questo, quando facevo parte degli organismi direttivi di Phronesis, mi sono sempre opposto (non da solo, peraltro) all’idea di cercare di creare un Ordine, come provarono scioccamente a fare altre associazioni, privilegiando invece quella di lasciare libertà ai professionisti, individualmente oppure organizzati in associazioni private. Una decisione che avevo maturato osservando il focoso dibattito che si era acceso nel movimento della Philosophical Practice quando, attorno al 1998, Lou Marinoff aveva cercato di far passare in California una normativa simil-ordinistica che legava la pratica del philosophical counseling in quello Stato degli U.S.A. al riconoscimento dato dall’APPA – associazione guarda caso creata e presieduta da lui, che aveva persino la faccia tosta di vantarsi di non trarre il suo reddito dall’attività professionale (il che significa solo che non era, né è oggi, un professionista, ma solo un manager politico). Un tentativo che fu criticato dalla quasi totalità dei philosophical practitioners del mondo, i quali giunsero (come nel caso della compianta Shlomit Schuster) ad accusare Marinoff di “fascismo”.

Un sistema come quello già vigente all’estero e che, grazie alla normativa sulle professioni non riconosciute, va prendendo piede anche in Italia (uno dei soggetti collettivi italiani della consulenza filosofica, Phronesis, se n’è gia avvalso, ottenendo un parziale riconoscimento) fa sì che il primo garante della qualità della propria attività sia il professionista – il che significa che egli deve essere ben preparato, aver maturato lucidamente il senso e le modalità operative della sua pratica e aver imparato progressivamente dall’esperienza – e, in seconda battuta, lo siano quei colleghi con i quali egli condivide i fondamenti della pratica e significative esperienze di lavoro e di ricerca. Quando una tale condivisione ci sia, sarà allora sensato anche dar vita ad associazioni professionali e a elenchi di professionisti; farlo prima di tuttociò significa mettere il carro avanti ai buoi, rovesciare l’ordine delle cose e rischiare fraintendimenti.

Non lo scrivo per partito preso, ma per esperienza: proprio l’associazione di cui ho a lungo fatto parte ha commesso questo errore, anche per mia ingenua responsabilità, creando elenchi di professionisti prima che questi fossero tali e senza che condividessero davvero un’idea della consulenza filosofica. In questo modo ha dato vita a un sistema ipertrofico (un’organizzazione, un apparato di ricerca, una messe sterminata di necessari “regolamenti”, una serie di persone impegnate nella gestione dei rapporti con le istituzioni, eccetera) di fatto del tutto inutile, visto che la gran parte dei soci in elenco non lavorava e, quindi, non poteva neppure contribuire economicamente al mantenimento di un tale apparato.

Niente di doloso, sia chiaro, anche perché – lo ripeto – di tale errore ho io stesso parte della responsabilità: l’idea di avere una “massa critica” di soci capace di “far esistere” la professione per il solo fatto di esserci non mi ha mai convinto, ma non ho neppure ostacolato il suo sviluppo canceroso. Se lo riporto qui è meramente come monito: non sono le associazioni e gli elenchi di professionisti la cosa importante, bensì la qualità del professionista. La quale passa attraverso una formazione chiara, ben fondata, erogata da professionisti esperti e consapevoli (che significa curriculum verificabili e pubblicazioni che mostrino la riflessione sull’esperienza) e – last but not least – univoca. Solo l’univocità della formazione, infatti, può garantire la chiarezza di intenti e di operatività, ma anche la condivisione di elementi fondamentali della pratica professionale, quelli che possono costituire l’ossatura di un’associazione professionale coesa e funzionale, capace di presentarsi al pubblico con serietà, coerenza e – cosa essenziale nella promozione della pratica – univoca anche nella sua opera comunicativa.

Ma è proprio tale univocità a essere a mio parere assente. Essa manca infatti in tutti gli istituti formativi di cui ho qualche notizia, nei quali ho quasi sempre visto mescolare consulenza filosofica e cafè philo, P4C e seminari di gruppo, counseling filosofico ed esercizi spirituali, attività diversissime tra loro e talvolta perfino incompatibili, che non ha alcun senso affrontare assieme a livello formativo, pena il rischio di non saper più padroneggiare sia teoricamente, sia praticamente né l’una, né le altre. Manca anche a livello internazionale, come dirò nel mio prossimo intervento, ove i principali e più autorevoli attori si bisticciano tra loro invece che riconoscersi nelle loro diversità. E manca nelle organizzazioni, che difettano in comunicazione non già – come spesso si sostiene – per eccesso di complessità linguistica o assenza di “bollini di garanzia”, bensì per contraddittorietà del messaggio. Ovvia conseguenza, peraltro, di una inadeguata formazione ricevuta.

Ragione di più, come dico da tempo, per ripartire dal “grado 0”. Opera che personalmente sto svolgendo sia teoricamente (queste riflessioni ne sono esempio), che praticamente, con l’inaugurazione dell’Istituto di Consulenza Filosofica e delle sue attività informative e formative.

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