Consulenza filosofica: un’inutile tenzone sulla madre di tutti i fraintendimenti


Qualche settimana fa ho assistito – per una volta dall’esterno – a un’ennesima polemica tra sedicenti consulenti filosofici (uso il termine “sedicente” – lo preciso perché mi è stato contestato – nel senso indicato dal vocabolario Treccani, “che si attribuisce titoli, generalità, qualifiche, qualità che non sono o che si sospettano non essere rispondenti a quelle reali”, e quanto dirò spiegherà l’origine dei miei sospetti).

La polemica è nata dalle contestazioni mosse agli ignoti estensori di una pagina facebook, “Consulenti filosofici in ascolto“, dal blog di una nota associazione di professionisti di pratiche filosofiche. Contestazioni non prive di qualche fondamento, in quanto prendevano in esame alcune ingenuità, imprecisioni terminologiche e anche vere e proprie contraddizioni degli anonimi estensori della pagine – peraltro rivelatisi poi nientemeno che studenti di un corso di formazione in cui è docente il contestante (sic!). Il problema sta nel fatto che gli argomenti addotti a critica erano contestabili quanto quelli criticati, se non di più. Vediamone qualche esempio.

Laddove i “consulenti filosofici in ascolto” definivano come scopo della consulenza

fare emergere nel soggetto una visione del mondo più ampia e consapevole in cui collocare il proprio specifico problema, in modo da promuovere l’attivazione delle risorse disponibili (personali e sociali) utili per giungere ad una sua felice risoluzione
la risposta del loro critico era che
Questo è lo scopo di ogni consulenza filosofica, psicologica, di counseling, di psicoterapia e di coaching pnl.

Peccato però che non sia così! Perché, se deve essere filosofia – così come fin dal 1981 richiede il suo ideatore, Gerd Achenbach – la consulenza non può né assumere di aver di fronte un “soggetto”, né assegnare valore positivo all’attivazione di qualsivoglia “risorse”, e neppure che queste ultime esistano. In quanto filosofia (e non, si badi, sapienza di questo o quel filosofo, cosa che già struttura tante psicoterapie e professioni d’aiuto) essa deve partire da zero, non assumere nient’altro se non che c’è un discorso da sottoporre ad analisi e da comprendere nella sua specifica particolarità. Se questo discorso sia narrato da un “soggetto” o da qualcuno che rifiuta di esser tale, se contenga la richiesta di “attivare” delle “risorse” o invece di lasciarle inattive, se in quel discorso abbia senso parlare di “risorse”, verrà deciso dopo, nel corso del lavoro. Dunque, quelli che erano posti come scopi della consulenza lo possono essere per quella psicologica, per il counseling, per il coaching e per la pnl, ma non per la consulenza filosofica.

Infatti, il solo scopo della consulenza filosofica è comprendere il discorso dell’ospite (che non è detto sia, né che voglia diventare, un “soggetto”). Eventualmente, in taluni casi, potrà aggiungersi il compito di ristrutturare quel discorso; ma ciò non accade sempre (anzi, accade di rado) ed è impossibile (e pure sbagliato) pregiudicarlo.

Che su questo punto non solo gli ingenui “consulenti filosofici in ascolto”, ma anche il loro più esperto critico siano fuori strada è confermato dal fatto che quest’ultimo considera sì “stantio” il dibattito sull’essere o meno la consulenza filosofica cura, terapia o risolutrice di problemi, ma non – come ci si sarebbe aspettato – perché un tal dibattito non ha neppure ragione di esistere, visto che per definizione e fin dalla sua nascita la consulenza filosofica non è niente di tuttociò (la tanto deprecata definizione in negativo di Achenbach almeno a questo è servita!), ma perché invece insiste sull’assurdo argomento secondo il quale

Chi ha un problema vuole soluzioni e risposte dalla filosofia e dal consulente filosofico che riceve del denaro in cambio della sua prestazione.

Emerge qui il fraintendimento di fondo, quello che poi dà origine al tanto diffuso stravolgimento della pratica: la “prestazione” per la quale il consulente filosofico riceve denaro non è dare soluzioni o risposte, bensì è comprendere cooperativamente un discorso. Per questo e non per altro l’ospite paga il filosofo: perché faccia il filosofo assieme a lui. Perché faccia, cioé, quel che i filosofi fanno da sempre: all’uomo che s’imbatte in un problema irresolubile non offrono risposte, né soluzioni, bensì un’interrogazione critica che permetta di comprendere meglio l’orizzonte problematico.

Sostenere che il consulente filosofico debba dare “risposte” e che per darle meglio debba operare in un campo di

contaminazioni di natura intedisciplinare e interculturale tra i saperi e le pratiche

mi fa profondamente dubitare che si sia capito cos’è, fin dalla sua origine, la consulenza filosofica (ed è questa la ragione per cui ho usato l’espressione “sedicenti consulenti filosofici”). Infatti, la filosofia non è né “interculturale”, né “interdisciplinare”: è una pratica europea, poi esportata altrove ma che può vivere solo entro la cultura cosiddetta “occidentale”, tanto che nelle rispettabilissime culture asiatiche neppure esiste il termine per designarla (si vedano in proposito i bei lavori di un sinologo come François Jullien); ed è una disciplina ben precisa, che quando opera in altri campi – nella scienza, nella storia, nella politica, ecc. – lo fa con le proprie modalità e senza fare uso di quelle altrui. E comunque, aldilà di ogni disputa storico-filologica, la consulenza filosofica è una prassi messa a punto in un ben preciso momento storico e con alcune regole piuttosto ben esplicitate, tra le quali c’è quella di escludere dal proprio operare qualsiasi prassi, tecnica o compentenza appartenente a discipline diverse dalla filosofia.

Quest’ultimo fatto è decisivo per la specificità e per il valore della consulenza filosofica: tutte le prassi umane fanno uso di “strumenti tecnici”, messi a punto per ottenere determinati risultati attraverso altrettanto determinate “strategie”; la filosofia, invece, non ha né strategie, né “strumenti” (denominare con tal termine forme di riflessione critica come la dialettica, la fenomenologia o il dubbio metodico è una sconcertante banalizzazione concettuale), perché non ha concreti “risultati” da raggiungere, visto che è lei stessa, nel suo processo, a definire i valori e, quindi, gli obiettivi. Ed è anche per questo che la filosofia – e perciò la consulenza filosofica, che per Achenbach è sempre stata in primo luogo filosofia – diversamente da tutte le pratiche d’aiuto, di cura ed educative non è un’antropotecnica, come ha ben spiegato Davide Miccione nel suo Ascetica da tavolo: perché non ha per fine od obiettivo “cambiare la vita”, bensì – più modestamente e appropriatamente – comprenderla.

Si badi bene: io non voglio in alcun modo escludere che alcune “pratiche filosofiche” – quali quelle a cui si accenna in quel blog – possano essere interdisciplinari e interculturali: ho scritto più volte (per esempio nel mio articolo La consulenza filosofica è una pratica filosofica) che si tratta quasi sempre di pratiche ibride, che mischiano la filosofia con altre discipline, per quanto riguarda sia le modalità d’agire, sia le finalità; sto solo ribadendo quel che già allora osservavo, giustificandolo epistemologicamente, e cioé che la consulenza filosofica non lo è. Che dei professionisti di pratiche filosofiche svolgano le loro attività attraverso l’interdisciplinarietà e facendo uso di “strumenti” provenienti da altri campi – psicologici, pedagogici, terapeutici, comunicativi, scientifici, ecc. – non mi sorprende, dunque, né mi turba: conosco bene la differenza che corre tra tante “pratiche filosofiche” e la consulenza, tanto che sono persino giunto a sostenere che quest’ultima non faccia parte delle pratiche filosofiche. Che però facciano la stessa cosa con la consulenza filosofica sì, mi sorprende e mi preoccupa, perché fa pensare che non abbiano capito cosa essa sia e quindi la pratichino facendo tutt’altro (e la insegnino formando a fare ben altro).

Ma la cosa che più di tutte mi addolora è che questo terribile e sorprendente fraintendimento della consulenza filosofica finisce con il vanificare le ragioni per cui essa è stata creata (da Achenbach) e introdotta in Italia (da me e da un altro piccolo manipolo di filosofi, vent’anni fa): ragioni che non erano “aiutare le persone”, “risolvere i loro problemi”, “dar loro delle risposte”, bensì comprendere la realtà in collaborazione con gli ospiti (quello che Achenbach chiamava “sfida della Philosophische Praxis alla filosofia accademica”), riaffermando in tal modo nella società l’importanza della teoresi, ovvero di quel processo di pensiero critico-riflessivo che da due millenni e mezzo chiamiamo filosofia.

In conclusione, nella polemica tra i “consulenti filosofici in ascolto” e i professionisti delle pratiche filosofiche nessuno dei due contendenti era immune dal fraintendimento; va detto però che, paradossalmente, proprio chi aveva l’esperienza per poterlo superare vi sembrava invece più sprofondato dentro. A entrambi faccio un appello: proviamo a fare uno sforzo comune di riflessione, così da trovare il posto di ciascuna pratica nell’ampia platea che può accoglierle. Facendo anche quel che caratterizza i filosofi da sempre: distinguere le cose dando loro nomi diversi, adeguati e identificanti. Ne va dell’interesse di tutti, in primo luogo quello dei cittadini che delle pratiche dovrebbero essere i destinatari.

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