Perché rivolgersi a un filosofo


 

Cosa fa un filosofo con le persone

Nel 1981 – dunque ormai trentacinque anni fa – il filosofo tedesco Gerd Achenbach, lamentando il distacco della filosofia praticata nelle Università dalla vita reale e dagli uomini che la animano e rivendicando alla filosofia un ruolo “pubblico”, apriva la prima Philosophische Praxis, ovvero uno studio professionale nel quale incontrare persone con difficoltà esistenziali di qualsiasi genere per affrontarle assieme con modalità proprie della filosofia.

A seguito del successo dell’iniziativa, in pochi anni la pratica si estese prima in Germania, poi in molti altri paesi, come Olanda, Gran Bretagna, Francia, Norvegia, Austria, Svizzera, Spagna, USA, Canada, Australia, Sud Africa, Israele, Giappone. Più recentemente essa ha preso piede in tutti i paesi dell’est Europa e dell’America Latina, fino a molti dell’Asia. La Pratica è ufficialmente giunta in Italia nel 2000.

Oggi ve ne sono tuttavia molte varianti, alcune delle quali ibridano la filosofia con pratiche psicologiche (come nel caso del philosophical counseling), altre che si avvicinano maggiormente ad attività educative o di coaching, altre ancora che conservano gran parte dello spirito filosofico che caratterizza tutt’oggi l’approccio di Achenbach.

Tutto ciò rende purtroppo assai complicato l’orientamento a coloro che vogliano rivolgersi a un filosofo. Perfino il termine italiano che era stato scelto per denominare nella nostra lingua la Philosophische Praxis – “consulenza filosofica” – oggi viene usato per indicare pratiche assai diverse. Ciò rende ancor più complicato distinguere la pratica dalle attività psicoterapeutiche, con le quali presenta fatalmente alcune affinità esteriori. In realtà essa le si differenzia in modo sostanziale, abbandonando non solo ogni intenzionalità terapeutica, ma anche ogni volontà di risolvere problemi: essa è solo ed esclusivamente un libero dialogo critico, che ha per unici obiettivi la comprensione e l’ampliamento del modo in cui si pensa il mondo. Sulla base del fatto che
pensare bene è il presupposto necessario (ancorché non sempre sufficiente) per vivere bene.

Perché rivolgersi a un filosofo

Ogni uomo, indipendentemente dalla sua cultura e dall’estrazione sociale, ha una propria “visione del mondo”, attraverso la quale interpreta la realtà che lo circonda, reagisce ad essa, la giudica, vi interviene. Ma nella maggior parte dei casi questa visione del mondo è irriflessa ed è stata assunta attraverso l’educazione e l’esperienza senza essere mai stata messa alla prova.

La complessità delle società moderne rende però sempre più difficile il conseguimento di visioni della realtà sufficientemente comprensive e coerenti da permettere a ciascun individuo di affrontare con sicurezza la “sfida” della libertà: scegliere ogni volta in modo pienamente autonomo, senza affidarsi ai sempre più deboli principi d’autorità (famiglia, religioni, ideologie politiche). Questo fa sì che siano sempre più frequenti i dubbi e le perplessità, le incertezze e le difficoltà di scelta, che inevitabilmente si riflettono sullo stato d’animo, producendo ansie e crisi.

All’emergere di queste ultime e al loro diventare sempre più invadenti, la risposta tradizionale era rivolgersi a un terapeuta – in genere, appunto, uno psicoterapeuta. Ma ogni disagio di quel genere ha radici nel modo in cui si interpreta la realtà, segue cioè da confusioni, incoerenze e mancanza di comprensione dei presupposti della propria concezione del mondo. Per questo, in molti casi, più che rivolgersi a un “medico” che cerchi una “cura” può essere opportuno un esperto nell’elaborazione delle idee e dei pensieri, che ci aiuti a far luce e chiarezza sui complessi rapporti che intercorrono tra interpretazione del mondo e scopi, valori e significati, concetti e aspettative. Ovvero a trasformare una visione del mondo irriflessa in una scelta, meditata e consapevole.

L’esperto in questo settore è appunto il filosofo. Egli instaura con il consultante una relazione dialogica che mira a esplorare e chiarire il suo modo di interpretare la realtà, rispettandone però esigenze e priorità. Egli non ha modelli di “salute” o di “normalità”, non lavora sull’inconscio, sulla psiche o sulla biografia della persona che lo interpella: facilita la comprensione della sua stessa visione della realtà, contribuendo a una riflessione su di essa e a una sua migliore rielaborazione filosofica.

In questo modo, le difficoltà della vita perdono il loro inquietante “mistero”, divengono comprensibili, manipolabili. E, nella chiarezza, si ritrovano la forza e il coraggio per affrontarle, assieme a un gioioso desiderio di percorrere le strade dell’esistenza. Anche – e soprattutto – quando sono irte di ostacoli.

Individui o gruppi?

A un filosofo si possono rivolgere in primo luogo individui – coloro cioè che hanno una “mappa del mondo” – ma anche gruppi di persone.

In primo luogo le coppie, unite da affetto e da ampi tratti di vita in comune, che non di rado vengono inopinatamente a trovarsi in stati di incomprensione che minano il loro legame. Un filosofo è in grado di far loro analizzare a fondo le reciproche mappe del mondo e di lavorare con essi alla messa a punto di nuove prospettive comuni.

In secondo luogo i gruppi familiari, anch’essi uniti da affetti anche se non sempre da analoghe griglie di lettura del mondo. Anche con loro il filosofo può far emergere i valori comuni e facilitare la comprensione e la rielaborazione di quelli diversi.

Infine – ma forse soprattutto, visto il peso che questo aspetto della vita ha per tutti gli esseri umani – i gruppi di lavoro, le equipe di collaboratori, le associazioni cooperative, ovvero tutte quelle unioni di persone che, in quanto individui, hanno ciascuno la loro propria visione del mondo e i propri valori, ma che sono – volenti e talvolta nolenti – nella necessità di definire con chiarezza una più o meno estesa “mappa del mondo” in comune. Su questo ho anni fa scritto, assieme al collega Paolo Cervari, il libro Il filosofo in azienda, al quale rimando per approfondimenti.