La svolta pratica, letta con ironia 2


Un libro di Davide Miccione

A distanza di oltre vent’anni dall’introduzione dell’espressione “pratiche filosofiche”, dovuta ad Alessandro Volpone nel 1999, sono ancora molti gli aspetti da chiarire dell’universo che quell’espressione intendeva denominare. Davide Miccione, autore del forse più acuto studio sul settore – Ascetica da tavolo. Filosofare dopo la svolta pratica – torna riflettere su alcuni di tali aspetti in un nuovo, breve volume: La svolta pratica. Presupposti, chiarificazioni e conseguenze (Algra, Viagrande 2020). Il libro si compone di cinque capitoli, non tutti inediti; ma, com’è noto, spesso gli scritti su questo settore vedono la luce su riviste difficilmente reperibili, per cui è sempre da salutare con interesse la loro riproposizione, specie se ciò avviene, come in questo caso, con una loro integrazione all’interno di un discorso unitario.

Il libro è diviso in due parti, la prima di un solo capitolo e la seconda di quattro, per complessive centosette pagine; come si conviene a un lavoro che verte su un settore “non accademico” della filosofia, alterna più registri, condendo comunque tutto – com’è costume dell’autore – con una sana ironia, che attraversa anche le parti più “serie” ma che domina la prima parte, costituita dal Dizionario delle idee comuni e non comuni della pratica filosofica. Si tratta in realtà di sole diciotto “voci”, nelle quali perlopiù ci si fa beffe di alcuni “vizi” che caratterizzano l’universo della pratica: dall’abuso del termine “competenze” – «sono l’unico sicuro test d’intelligenza. È sicuro che chi usa molto il concetto non ne ha affatto» (11) – a quello del riferimento all’aiuto – versione che assume in consulenza «quello che è l’utilità per la filosofia: il sistema di domesticazione e il guinzaglio» (10) – fino al diffuso costume dei sedicenti consulenti di “dimenticare” che prima di loro esisteva già una storia della materia – la voce “Adamo”. Ma, sempre tra il serio e il faceto, c’è spazio anche per riflessioni sul ruolo nella consulenza delle “filosofie”, intese come correnti o dottrine di pensatori, e dei troppo spesso chiamati in causa “esercizi spirituali”, oltre che per frecciate sarcastiche verso “miti d’oggi” quali la mindfulness e la PNL. Come esercitare un’analisi critica con il sorriso sulle labbra.

Sorriso che non viene meno neppure nel capitolo forse più impegnativo, quello centrale (Seconda Parte, Capitolo II, Classificazioni. Lineamenti di una tassonomia possibile per la consulenza filosofica), nel quale alcuni dei più noti teorici della consulenza filosofica, vale a dire di coloro che su di essa hanno anche scritto riflessioni teoriche, vengono differenziati tra loro e ordinati sulla base di uno specifico criterio: «lo spazio e la forma della ragione (…) nella relazione tra un consulente e un consultante», cioè il «peso (che) assume la dimensione concettuale/logica» (44). Su questa base, peraltro confrontata e messa in relazione con altri possibili criteri, Miccione dispone i consulenti su sette immaginari quadranti, in funzione crescente di quel peso. Chi scrive viene collocato nel quadrante centrale, il quarto, subito dopo Achenbach, che è sul terzo, e prima di Brenifier, che è sul quinto; alle estremità si trova chi la razionalità e la logica, motori del pensare filosofico, le sottomettono all’aiuto, sia esso di buon senso o terapeutico (primo quadrante), oppure le esercitino astrattamente (sesto quadrante) o strumentalmente (settimo quadrante). Personalmente ho delle riserve su alcuni aspetti della tassonomia – in primo luogo, non mi pare appropriato chiamare “consulenza filosofica” ciò che si situa agli estremi, ma in fondo si tratta solo di una diversa convenzione – tuttavia la ritengo interessante ed euristicamente feconda: se tutti coloro che si muovono in questo settore svolgessero personalmente analoghe riflessioni e si confrontassero tra loro al riguardo, l’intero universo pratico-filosofico farebbe un immenso e salutare balzo in avanti.

Di notevole interesse anche il capitolo immediatamente successivo (Seconda Parte, Capitolo III, Avvertenze prima dell’uso. Quattro glosse sulla pratica della pratica filosofica), nel quale – previa una riflessione generale sulla complessità di una pratica schiacciata dall’assimilazione da un lato al pragmatismo strategico delle psicoterapie e dall’altro all’astrattezza dell’accademismo – vengono brevemente trattate quattro rilevanti questioni: «1) se si possa fare consulenza filosofica con chiunque, indipendentemente dalla relazione esistente, fuori dal rapporto di consulenza, tra consulente e consultante; 2) se il consulente debba parlare di sé in consulenza; 3) se le convinzioni filosofiche del consulente pesino sulla consulenza; 4) se l’idea di fornire un resoconto dei propri casi abbia senso» (70). A dispetto della sinteticità (a ciascun tema vengono dedicate dalle due alle quattro pagine), ne emergono dettagli tutt’altro che banali. Per la prima questione, per esempio, che se qualcosa osta alla relazione non è tanto il legame previo, parentale, amicale (che tanto conta in psicoterapia, dove il focus del lavoro è sull’affettività), quanto il tipo di “conflitto d’interessi” intercorrente. Così, nel caso che il consulente fosse insegnante e intendesse accogliere un suo studente (caso, purtroppo, non raro), occorrerebbe che si chiedesse: «se io fossi studente-consultante direi al mio docente-consulente che mi faccio fare i compiti da mio fratello maggiore? (…) che faccio uso di cannabis, e che utilizzo smodatamente pornografia scaricandola dal computer di mia madre?». E, in caso di (assai probabili) risposte negative, dovrebbe anche chiedersi: «in che misura un dialogo di consulenza filosofica può sopravvivere alle omissioni dei dialoganti?» (74). Oppure, nel caso della seconda questione, che se – come un po’ tutti nel settore affermano – la pariteticità del dialogo «è fondamentale per distinguere la consulenza dalla terapia da una parte e dall’altra dalla pedagogia», allora il consulente «come fa a chiedere sincerità e apertura restando abbottonato?» (75). O ancora, passando alla terza questione, che per limitare l’invadenza della filosofia personale del consulente (e il rischio del plagio ai danni dell’ospite) non servono irrealistiche “epoché” delle proprie convinzioni o un eclettismo che diluisce il problema senza risolverlo, bensì è necessario esercitarsi filosoficamente: «il filosofo consulente è tale proprio perché pone le sue convinzioni costantemente sotto la lente della propria e altrui critica» (79). Infine, in riferimento alla quarta questione, che «il lavoro quotidiano di una relazione di consulenza» non è mostrare il “momento filosofico” – fantasmatico sosia dello psicologico “momento terapeutico” – bensì «un confrontarsi sulle piccole cose, un ripulire i propri concetti, un guardare le proprie idee a volte più da vicino a volte più da lontano, un tornare sugli stessi argomenti con sempre maggiore profondità, un conoscere la propria posizione sul mondo», e che quest’ultimo «difficilmente possa essere narrato», se non forse da «un Dostoevskij o uno Schnitzler prestati alla consulenza» (82-3).

I rimanenti capitoli esplorano analiticamente le cosiddette “nuove forme di filosofia”, quali i festival o la “pop filosofia” (Seconda Parte, Capitolo II, Disambiguazioni. Le nuove forme della filosofia, prese sul serio), mostrandone tanto la scarsa innovatività, quanto la distanza in ciò dalla consulenza filosofica, viceversa «innovativa nel presentare il filosofo non come docente o divulgatore (…) ma come ragionatore di fronte alla singolarità delle persone e delle esperienze» (34), e la letteratura divulgativa del settore (Seconda Parte, Capitolo IV, Avvertenze per l’altrui abuso. Note per una divulgazione pratico-filosofica), ove si rileva criticamente come gran parte di ciò che viene in un modo o nell’altro proposto dall’editoria come “pratico-filosofico” in realtà non lo sia.

Un libro sintetico ma profondo, divertente e divertito ma serio, ricco di brillanti passaggi ai quali la lapidarietà e l’ironia forniscono una straordinaria acutezza. Un libro che serve non solo per alimentare la bibliografia e il dibattito del settore, ma anche e soprattutto per far sì che chi lo abita rifletta autocriticamente. Può sembrar strano richiederlo proprio in un campo nel quale ci si occupa di “filosofare sulla vita” ma, a giudicare dal poco che passa attualmente (non solo in Italia) il convento della letteratura di settore, l’impressione è che da quella “vita” su cui si “filosofa” sia sottratta proprio l’attività del filosofo consulente, tornato di soppiatto a nascondersi nelle tanto vituperate torri d’avorio e da lassù intento a occuparsi solo del resto, ma mai di sé e delle proprie aberrazioni.


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